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Ponza - Goparoo

Ponza

Ponza: costruzione e trasformazioni nel tempo

Ponza come appare oggi è in gran parte un progetto settecentesco, posato su due strati più antichi.

Lo strato romano è infrastruttura. Diversi acquedotti — il più grande dalle Forna giù fino a Santa Maria — insieme a dighe e ai grandi serbatoi detti Piscinae Limariae, alcuni di dimensioni notevoli, servivano gli abitanti, rifornivano le navi mercantili e dissetavano l'intera flotta romana. Vi fu un'importante opera portuale a Santa Maria, la cui imboccatura era dove ora c'è la spiaggia. Due lunghi tunnel, ancora percorsi dalle macchine, unirono quel porto alle ville. Quasi tutte quelle ville sono state distrutte o usate come materiale edilizio per le costruzioni che vi stanno sopra, e nell'isola non è mai stata fatta alcuna protezione delle rovine romane, neanche in tempi recenti.

Lo strato borbonico è la cittadina. Sotto la guida di Antonio Winspeare, Ufficiale del Genio, e dell'ingegnere Francesco Carpi, i lavori condotti fra il 1768 e il 1793 realizzarono il Porto di Ponza con la caratteristica quinta curvilinea di abitazioni su due livelli stradali, il cimitero, la fortezza, il palazzo degli Uffici — oggi sede del Comune — la chiesa, il Forte Papa alle Forna, e l'abitato di Ventotene col suo piccolo porto, detto Pozzillo. La manodopera furono alcune centinaia di forzati ergastolani, rinchiusi nel 1795 nel nuovo carcere dell'isola.

Gli stessi due uomini costruirono l'Ergastolo di Santo Stefano, opera di notevole rilievo architettonico qualunque cosa si pensi del suo uso: pianta a ferro di cavallo e cappella-punto di osservazione centrale, ispirati ai principi del Panopticon del britannico Jeremy Bentham.

Lo strato agricolo sono le colline stesse. L'isola era pesantemente boscata di alberi giganti nell'antichità; il bosco è scomparso e i versanti sono coperti di terrazzamenti artificiali. Molti non sono più coltivati e si sfaldano per mancanza di manutenzione, anche se su alcuni si coltivano ancora uva, fichi d'India e fichi. Il monte Guardia conserva i ceppi in decomposizione di quegli alberi giganti estinti, larghi oltre due metri.

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